Passione

Dopo aver pubblicato il post dove elencavo le prime impressioni sulla mia esperienza californiana e dopo i numerosi commenti che ho visto sfilare su Facebook, ho deciso di approfondire un po’ di più alcuni aspetti dell’esperienza che sto vivendo. Mi rendo conto di essere stato molto critico in quel post e lo sarò anche in questo, sappiatelo, ma vorrei provare a fornire anche qualche spunto di miglioramento per il paese in cui a breve farò ritorno e con cui mi rendo conto tante volte di essere parecchio arrabbiato.

Ho scritto che qui in California la gente ha un differente approccio al lavoro; in particolare ho notato come quest’ultimo sia parte portante della vita quotidiana e come spesso venga mischiato con essa. Svago e lavoro spesso si uniscono e, quanto meno agli occhi di un esterno, questo mix fa sembrare lo svolgimento dei propri compiti quotidiani molto più leggero…quasi divertente.

Io personalmente ammiro questo modello, ma nei diversi commenti, ho visto che molti italiani lo temono, quasi lo demonizzano. Claudio in un commento sul blog, citando un articolo dell’Internazionale si chiedeva se non ci fosse il rischio di far coincidere lavoro e vita privata.

“Volendo essere critico da entrambi i lati però, qualche tempo fa leggevo un articolo su Internazionale che criticava di come, questo mix omogeneizzato di vita privata e lavoro alle volte sia una trappola che finisce col rendere il tuo lavoro coincidente con la vita privata. Pensi che questo sia un rischio reale?”

Antonello su Facebook, mostrava le stesse perplessità, asserendo addirittura alla perdita totale di una vita sociale.

“…il fatto che lavoro e “social” siano così strettamente legati mi dà l’impressione che alla fine la tua vita si esaurisca nel lavoro. Tutto molto più rilassato, meno frenetico e amichevole, ma… in una situazione di questo tipo esiste anche una vita sociale fuori dall’ambito lavorativo?”

Ovviamente io non sono un sociologo (sebbene la sociologia mi abbia sempre affascinato) e questo non è un argomento che si può trattare all’acqua di rose, ma mi piacerebbe fare un paio di riflessioni in merito.

Cerchiamo di partire da una situazione obbiettiva, reale e non ideale. Prendiamo quindi come assunto che:

  • il nostro quotidiano è sempre più veloce
  • il lavoro occupa la percentuale più alta della nostra vita
  • siamo sempre di più, abbiamo sempre più problemi da risolvere e sempre più complessi

Questi assunti possono piacere o non piacere, ma ad oggi rappresentano la direzione in cui si muove la nostra civiltà.

Mi sono spesso sentito dire frasi del tipo: “pensi sempre al lavoro“, “non stacchi mai“, e via dicendo. È vero, penso sempre al mio lavoro, ma ci penso perchè per me sostanzialmente non è un lavoro. Non lo è mai stato e penso che mai lo sarà. Io non posso davvero pensare di vivere una vita frenetica e occupare almeno 10 ore della mia giornata facendo qualcosa che non amo alla follia. In una parola: passione. Per tornare quindi al discorso iniziale, penso che il punto sia proprio questo: qui la gente è appassionata e per questo tende molto a mischiare il lavoro con la vita sociale. Non parlo solo di startupper in felpa col cappuccio, ho avuto la fortuna di conoscere anche gente che con l’ambiente startup non c’entra assolutamente nulla, ma qui hanno una dannatissima passione per quello che fanno. Certo, immagino non sia così per tutti e non voglio generalizzare troppo, ma è l’aria che si respira, è contagiosa ed è realmente tangibile.

Ho conosciuto gente che è contenta di fare quello che fa, è totalmente immersa nella propria attività e ama parlarne. Con tutti, anche se si tratta di un biologo che davanti ha uno startupper italiano che sviluppa software.

È davvero una cosa così negativa? I ragazzi qui studiano nei prati, nei bar, ovunque. Chi può lavorare da un computer, idem. Ieri ero seduto in un caffè, non a San Francisco, ma in un paesino sperduto vicino a Sacramento. Non commento, guardate la foto qui sotto.

davis-mishka

Bevono un caffè, chiacchierano, danno una sbirciata al computer del vicino e si interessano subito a quello che stai facendo. Ieri un ragazzo ha visto che stavo scrivendo un po’ di codice e ha iniziato a farmi delle domande; alla fine ho scoperto che studiava legge, ma era curioso. Assetato. Questa è la sensazione che pervade ogni giornata: hai intorno gente che non vede l’ora di conoscerti, di sapere cosa fai nella vita e di confrontarsi con la tua di passione, magari per prenderne qualche spunto.

La stessa cosa succede nelle università e anche questo l’ho visto con i miei occhi. Ho visitato UC Berkley, UC Davis (aperta al pubblico e dalla quale ho lavorato tante volte) e Stanford. In tutte regna un’atmosfera rilassata. Guardate con i vostri occhi.

UC-Berkley - di Rocchina Sabia
UC-Berkley – Foto di Rocchina Sabia

La ragazza sdraiata sul divano che si intravede sullo sfondo, parla da sola. Dovreste vedere quanta gente ci dorme su quei divani! Non so se riesco a spiegarmi, forse sto sbrodolando troppi pensieri tutti in una volta come al solito, ma qui vivono a fondo anche gli spazi in cui lavorano e questo secondo me è indice di passione per quello che fanno.

Veniamo al punto.

Voglio cercare di non essere negativo, anche se la situazione lavorativa italiana non è delle migliori, me ne rendo conto.

La colpa però è probabilmente in gran parte nostra. Ora, è possibile ritrovare un po’ di fiducia in quello che facciamo ogni giorno? È possibile che chi non sa cosa fare inizi ad inventarsi qualcosa? È possibile estrarre dalle nostre scorze ormai provate le ultime gocce di passione rimaste? È da quelle che secondo me si può sintetizzare un antidoto, ne sono certo.

No, non venitemi a dire che è facile parlare quando si ha un’attività propria e si può fare quello che si vuole della propria vita. Cazzate, è molto più difficile e stressante. Non venitemi neanche a dire che nel settore in cui lavoro certe cose si possono fare, mentre in altri no. La passione si può mettere ovunque. Ho un padre che ha avuto un’azienda agricola sua e poi per diversi motivi si è dovuto mettere a lavorare come dipendente nel settore settore agro alimentare (quindi non uno dei più all’avanguardia). La sua passione non è mai scemata. Ho uno zio che si è fatto 40 anni di officina come dipendente e nei suoi occhi ho sempre visto passione pura per il suo lavoro, anche se si faceva il mazzo ogni giorno. Al contrario vedo tanti amici, giovani, coetanei che magari hanno un lavoro dove guadagnano pure bene, ma che si lamentano, si annoiano. Ci può stare, ma perchè non cambi? Eh sai..tempo indeterminato, lo stipendio alla fine è buono, ho un mese e mezzo di vacanza…e la passione? Zero. Anche in questo caso non voglio generalizzare, perchè conosco tante persone che la passione ce l’hanno nel sangue, ma in percentuale sono ancora troppo poche.

Ripartiamo da qui. Lo dico in primis a me stesso. Cerchiamo di capire che lavoro non è uguale a perdita di tempo, ma a costruire un futuro migliore. Per noi stessi e per chi ci sta intorno. Per questo il lavoro secondo me è anche vita sociale e confronto. Non vedo quindi questo mix letale.

Per concludere e per rispondere a quelli che come Claudio ed Antonello sono perplessi riguardo questo modello, dico che non ho la certezza che tutto ciò sia giusto, ma mi ha fatto riflettere parecchio su quanto sia secondo me sbagliata la direzione che stiamo prendendo noi. Scrolliamoci di dosso questi ultimi 20 anni di buio e ritroviamo il piacere di alzarci ogni mattina per fare qualcosa di utile e che realmente ci piace. Non penso sia impossibile. In fondo basta un po’ di passione per cambiare le cose e noi siamo il popolo passionale per eccellenza.